«Un ambulatorio dove il diabete si affronta insieme»

11 Settembre 2026

Diabe Ambulatorio Roma Togliatti

La diabetologa racconta il suo percorso, il rapporto con le persone con diabete e un ambulatorio che guarda oltre la semplice prescrizione dei farmaci.

È giorno di prime visite nel Centro Medico e Diabetologico Togliatti. Un mercoledì mattina di inizio agosto nel quartiere Colli Aniene a Roma il termometro fuori segna 36 gradi. Dentro l’ambulatorio, nella sala di attesa, una ventina di persone. ‘Le prime visite sono quelle più difficili perché dobbiamo entrare in sintonia e fare una diagnosi alle persone che spesso hanno saputo di avere il diabete da poco. Alcuni lo hanno scoperto perché affetti da altre patologie’, afferma la dottoressa Alessandra Di Flaviani, Responsabile Sanitario del Centro dell’Ordine di Malta. Tra le persone in attesa, un paziente oncologico che deve affrontare anche la sfida con il diabete. Chi ha scoperto di avere la glicemia alta e successivamente il diabete durante la preospedalizzazione per un intervento (rimandato a quando miglioreranno le sue analisi). La madre che accompagna la figlia. La moglie il marito ottantenne che – grazie ad un breve corso con le infermiere – impara ad usare il sensore e a scaricare i dati per la gestione del diabete sul cellulare.
Nel racconto della dottoressa Di Flaviani emerge una diabetologia fatta di tecnologia e innovazione, ma soprattutto la sua passione. Un lavoro che continua anche fuori dall’ambulatorio, attraverso corsi, attività sportive e momenti di condivisione.

Perché ha scelto di dedicarsi alla diabetologia?

La scelta è legata soprattutto all’incontro con un professore che mi ha illuminato. Durante i miei studi all’Università di Tor Vergata ho assistito ad una lezione del Prof. Paolo Pozzilli sul diabete di tipo 1 e ne rimasi profondamente affascinata. Successivamente trascorsi un periodo come visiting student al Saint Bartholomew’s Hospital di Londra, collegato alla Queen Mary University. Lì ebbi la possibilità di frequentare anche un ambulatorio dedicato esclusivamente al diabete gestazionale. Alla fine della giornata tutti i medici si riunivano per discutere i casi più importanti. Quel modello organizzativo mi colpì moltissimo e pensai che un giorno avrei voluto provare a riproporlo anche in Italia.

Si è mai pentita della scelta?
Mai. Nel corso degli anni ho anche vinto concorsi in altre strutture, ma ho scelto di rimanere qui perché mi piaceva molto questo lavoro e sentivo di poter costruire qualcosa. Ho iniziato in una sede molto piccola, in un appartamento sulla Prenestina. Successivamente ci siamo trasferiti nella precedente sede di viale Palmiro Togliatti, che allora era un grande passo avanti, e infine siamo arrivati nell’attuale struttura che ha conservato il nome Togliatti. In ogni passaggio ho cercato di portare ciò che avevo imparato durante la mia formazione.

Che cosa ha cambiato nell’organizzazione dell’ambulatorio?
Quando sono arrivata non esistevano giornate differenziate in base alla tipologia di diabete. Le persone con forme diverse, dal tipo 1 al tipo 2 fino al gestazionale, venivano visitate tutte nelle stesse giornate. Progressivamente, grazie alla collaborazione del personale amministrativo, abbiamo creato codici e agende dedicate. Oggi abbiamo spazi distinti per ciascuna tipologia. Non è soltanto una scelta organizzativa: ogni condizione richiede tempi e modalità differenti. Una donna con diabete gestazionale, per esempio, può aver bisogno di un controllo dopo due settimane, mentre una persona con diabete di tipo 2 può seguire tempistiche diverse. Le agende dedicate ci permettono di rispettare queste esigenze e offrire appuntamenti con maggiore tempestività.

Quali i vantaggi di questa organizzazione?
Questo ci consente di dedicare più tempo alle persone e di coinvolgere maggiormente il personale infermieristico nell’attività educativa. Anche la sala d’attesa diventa così uno spazio di incontro e condivisione. Le donne con diabete gestazionale, per esempio, si ritrovano sempre nello stesso giorno e possono confrontarsi tra loro. Il martedì pomeriggio la nostra sala d’attesa è piena di pance. È un modo per sentirsi meno sole e condividere esperienze e difficoltà. Perché il diabete si affronta anche insieme.

Come viene seguita una persona all’interno del centro?
La diabetologia è inserita in un percorso realmente multidisciplinare. Sono presenti, a rotazione, l’oculista, il cardiologo, lo specialista vascolare, il neurologo, la psicologa, la dietista e il podologo. Tutti utilizzano una cartella ambulatoriale condivisa: ogni specialista inserisce il proprio referto e noi possiamo consultarlo direttamente. In questo modo la persona non deve portare con sé documenti diversi e possiamo seguire il suo percorso nel suo insieme. Anche la gestione delle complicanze diventa più semplice, perché visite ed esami possono essere effettuati nello stesso centro. È un modello di presa in carico integrata che, nella nostra esperienza quotidiana, funziona molto bene.

Quante persone seguite ogni anno?
I dati relativi al 2025 indicano oltre 9.000 persone con diabete attive, cioè persone che hanno effettuato almeno una valutazione clinica o terapeutica nel corso dell’anno.
A queste si aggiungono coloro che arrivano al Centro per una prima visita, per uno screening, per problemi di obesità o perché presentano fattori di rischio, pur non avendo ancora ricevuto una diagnosi di diabete.

Quali sono i principali fattori di rischio?
L’obesità, l’ipertensione, il colesterolo elevato e la familiarità per diabete. Nelle donne bisogna considerare anche un precedente diabete gestazionale o la nascita di un bambino con un peso superiore ai quattro chilogrammi. In presenza di questi fattori possiamo prescrivere una curva glicemica e verificare se la persona abbia già sviluppato il diabete oppure presenti una condizione di alterato metabolismo glucidico che richiede attenzione e controlli nel tempo.

Perché è così importante una diagnosi precoce?
Perché il diabete può essere presente per anni senza dare sintomi evidenti. Nel frattempo, però, valori di glicemia superiori alla norma possono danneggiare progressivamente diversi organi. Le complicanze possono interessare i grandi vasi, aumentando il rischio di infarto, ictus e malattie delle arterie, oppure i piccoli vasi, con conseguenze sulla retina, sui reni e sui nervi.
La neuropatia diabetica, per esempio, può ridurre la sensibilità dei piedi. Una persona può avere un sassolino nella scarpa e non accorgersene, sviluppando una lesione che può evolvere in un’ulcera. Nei casi più gravi, se si associa una compromissione della circolazione, si può arrivare alla necrosi e alla necessità di amputazione.

Quanto è cambiata la diabetologia grazie alla tecnologia?
Moltissimo. Quando ho iniziato, la persona misurava la glicemia pungendosi il dito in determinati momenti della giornata. Oggi i sensori permettono di osservare un grafico continuo, con tutte le oscillazioni della glicemia, consultabile attraverso un’applicazione sul cellulare o sul computer. Utilizziamo questi strumenti soprattutto nel diabete di tipo 1, ma sempre più spesso anche nel tipo 2. Il sensore può avere un importante valore educativo: permette alla persona di vedere direttamente come cambia la glicemia dopo un determinato alimento. Può accorgersi, per esempio, che dopo un certo pasto si verifica un picco e osservare come il grafico cambia scegliendo un alimento diverso. Non si tratta più soltanto di ricevere un’indicazione dal medico: la persona comprende direttamente l’effetto delle proprie scelte.

L’attività dell’ambulatorio prosegue anche al di fuori delle visite?
Sì, organizziamo numerose iniziative educative e sportive. Una delle esperienze più belle è nata proprio grazie a una persona con diabete di tipo 1 che seguo fin dall’esordio della malattia. È stato un tennista professionista che successivamente è diventato allenatore. Insieme abbiamo organizzato una giornata dedicata alle persone con diabete. Siamo andati a Velletri, dove abbiamo svolto una lezione di tennis. È stata una giornata particolarmente significativa, perché ha permesso di unire attività fisica, educazione terapeutica e condivisione, portando la gestione del diabete fuori dall’ambulatorio e dentro la vita quotidiana.

Quali altre iniziative proponete ai pazienti?
Organizziamo attività di camminata sportiva nel vicino Parco della Cervelletta. Organizziamo corsi sul conteggio dei carboidrati insieme alle dietiste. Durante questi incontri spieghiamo quali alimenti contengono carboidrati e in quale quantità. La parte pratica è fondamentale: mostriamo una porzione di pasta cruda e chiediamo ai partecipanti di stimarne il peso. Poi verifichiamo utilizzando una bilancia. Sono incontri di gruppo, generalmente con una ventina di partecipanti, perché l’educazione collettiva funziona molto bene. Le persone si confrontano, fanno domande e imparano non soltanto da noi, ma anche dalle esperienze degli altri.

Avete affrontato anche alimenti considerati più difficili da gestire?
Abbiamo organizzato anche una cena a base di sushi, perché il riso contiene molti carboidrati e può avere un impatto significativo sulla glicemia. Il nostro compito non è dire alle persone che non potranno più mangiare determinati alimenti, ma insegnare loro a conoscerli e a gestire correttamente la terapia.
Lo stesso principio ci ha portato a organizzare anche un incontro in gelateria, scegliendo insieme prodotti preparati con dolcificanti con minore impatto sulla glicemia. Il messaggio non è proibire, ma imparare a conoscere gli alimenti, evitare gli eccessi e adattare consapevolmente le proprie scelte alla gestione quotidiana del diabete.

Quanto è importante il rapporto con i medici di medicina generale?
È fondamentale. Abbiamo organizzato diversi incontri con i medici di famiglia. Alcuni hanno visitato il nostro centro, partecipato a momenti formativi e successivamente utilizzato anche il teleconsulto. È importante che il medico di medicina generale sappia di poter contare su un punto di riferimento specialistico.
Allo stesso tempo, una maggiore formazione permette loro di gestire autonomamente alcuni aspetti della malattia e di indirizzare al nostro centro le persone che necessitano realmente di una valutazione o di un percorso specialistico. In questo modo si crea una vera continuità tra medicina del territorio e assistenza specialistica, rendendo più appropriata ed efficace la presa in carico.

Quali nuove possibilità offrono oggi le terapie?
Oggi disponiamo di farmaci innovativi che non si limitano ad abbassare la glicemia. Alcuni possono favorire anche la perdita di peso e, soprattutto, contribuire a proteggere il cuore e i reni, riducendo il rischio di complicanze cardiovascolari e renali. La diagnosi precoce ci permette di intervenire tempestivamente attraverso l’alimentazione, l’attività fisica e, quando necessario, i farmaci, con l’obiettivo di modificare concretamente l’evoluzione della malattia.
Oggi, infatti, curare il diabete non significa controllare soltanto la glicemia: dobbiamo intervenire anche sulla pressione arteriosa, sul colesterolo e sugli altri fattori di rischio. È proprio per questo che il lavoro di squadra e la collaborazione con gli altri specialisti diventano fondamentali.

Accade ancora che una persona scopra il diabete soltanto dopo una complicanza?
Purtroppo sì. Alcune persone arrivano da noi dopo un infarto, inviate dalle cardiologie, con valori di emoglobina glicata molto elevati e una terapia da impostare. Altre riferiscono dolore alle gambe dopo pochi metri di cammino, perché le arterie sono già compromesse. In questi casi il diabete viene scoperto quando ha già prodotto conseguenze. L’obiettivo è intercettarlo prima, soprattutto nelle persone a rischio, per poter intervenire precocemente e prevenire le complicanze.

Qual è l’età delle persone che frequentano il centro?
Seguiamo persone di ottanta o novant’anni, ma anche giovani donne in gravidanza e ragazzi. Il diabete è una patologia cronica e per questo la continuità della cura è fondamentale. Alcune persone sono seguite da me da quindici anni. Nel tempo si costruisce un rapporto di fiducia che accompagna la persona nelle diverse fasi della vita.

Quanto conta la fiducia nel rapporto con la persona con diabete?
Quando c’è fiducia diventa più facile seguire le indicazioni e affrontare insieme le difficoltà. La continuità assistenziale permette di conoscere non soltanto i parametri clinici, ma anche la persona, la sua famiglia, il lavoro e le sue abitudini. Perché la persona viene sempre prima dei numeri.

Come sono cambiati negli anni i pazienti che si rivolgono al centro?
Oggi incontriamo persone provenienti da contesti culturali molto differenti. Nella zona sono presenti, per esempio, due comunità numerose, quella cinese e quella bengalese. Talvolta la barriera linguistica rappresenta un ostacolo importante. Non basta prescrivere una terapia: bisogna essere certi che le indicazioni vengano comprese. Per questo, grazie alla collaborazione con un’associazione di volontariato, a volte utilizziamo mediatori culturali. La comunicazione è parte integrante della cura. Se una persona non comprende come assumere un farmaco, come misurare la glicemia o come organizzare correttamente la propria alimentazione, anche la migliore prescrizione rischia di non raggiungere i risultati attesi.

C’è un episodio particolarmente curioso che ricorda?
Ricordo una signora anziana controllata dai figli attraverso una telecamera installata in casa. La telecamera era puntata sul frigorifero e aveva registrato le sue incursioni notturne per mangiare di nascosto. L’episodio può far sorridere, ma racconta anche quanto il rapporto con il cibo sia complesso. Mangiare non risponde soltanto alla fame: può rappresentare una consolazione, un bisogno affettivo, soprattutto in età avanzata. Per questo non serve imporre divieti, ma trovare un equilibrio, anche grazie alle dietiste e, quando necessario, al supporto psicologico.

Quali sono le paure più frequenti dopo la diagnosi?
La paura principale riguarda le complicanze. Ricordo una persona alla quale avevo appena comunicato una diagnosi iniziale di diabete di tipo 2. Rimase seduta per circa mezz’ora continuando a chiedermi: “Ma allora io ho il diabete?”. Aveva compreso perfettamente le mie parole, ma non riusciva ancora ad accettarle. Una diagnosi può essere vissuta come un colpo improvviso, anche quando la malattia è all’inizio e può essere gestita molto bene. Occorre rispettare i tempi dell’accettazione e spiegare che, attraverso una buona gestione e una corretta cura, con il diabete è possibile convivere.

 

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